di Alfonso Amendola
Compare sulla scena del Novecento in assalto entusiasta, sistemico e salmodiante la multiforme opera di Vladimir Majakovskij. Majakovskij (pittore, uomo di cinema e di teatro, organizzatore culturale, teorico, politico, designer, pubblicitario, poeta) si lega alle vicende politiche della Russia nel primo Novecento, ma anche le trascende per approdare a una concezione dell’arte come attività autonoma, che vale per sé e che possiede molte implicazioni pratiche. Immediatamente definito come un netto oppositore della poesia di Puskin, da sempre accusato di essere fin troppo intriso di politica ed ideologia e fautore di una scrittura eccessivamente “innovativa”, Vladimir Majakovskij s’inserisce, immediatamente, nel panorama culturale del suo tempo come autore “scomodo” ed “anomalo”. Che cosa caratterizza l’universo espressivo di Majakovskij ancora oggi densa traccia percorribile tra azione e teoria? Sicuramente l’aver frantumato una serie di convenzioni letterarie, la viscerale negazione verso il “passatismo”, lo smacco “irriverente” verso qualsiasi dimensione burocratica e il voler “cantare” con voce di differente vigore il rifiuto di qualsivoglia decadenza (morale e formale). E, per nello spazio per noi più nello specifico, l’aver trovato nel cinema una estrema linfa… Su tutto albeggia il tellurico suo “Per voi il cinema è spettacolo. Per me è quasi una concezione del mondo. Il cinema è portatore di movimento. Il cinema svecchia la letteratura. Il cinema demolisce l’estetica. Il cinema è audacia. Il cinema è un atleta. Il trionfo del cinematografo è garantito, perché è soltanto la logica conclusione di tutta l’arte moderna”. Majakovskij nutre verso il cinema una passione assoluta. Questa fatale attrazione è testimoniata da Viktor Sklovskij: “al cinema il poeta si divertiva come un ragazzo, come un pellirossa che vada a nozze”. Del suo rapporto con il cinema restano una miriade di progetti e una serie di contributi teorici e manifesti. Ma per quanto riguarda, invece, la sua immagine attoriale l’unica pellicola che è giunta fino a noi è “La signorina e il teppista”. Un film del 1918 diretta da Evgenij Slavinskij (in collaborazione con Vladimir Majakovskij), lavoro liberamente ispirato a “La maestrina e gli operai” di Edmondo De Amicis. E proprio a partire da quest’opera cinematografica è maturato un progetto di ricerca del Laboratorio “Audiovisivi per la scena” del Corso di Laurea di Scienze della Comunicazione dell’Università di Salerno (coordinato, tra gli altri, da Pasquale Napolitano e Mario Tirino in collaborazione con il collettivo d’arti multimediali Soundbarrier). Il Laboratorio ha come obiettivo, principe, il restyling e il re-mapping in chiave audio-visiva digitale di una serie di film “classici d’avanguardia” diretti però da uomini di teatro (in cantiere c’è “Un Chant d’amour” di Jean Genet). “La signorina e il teppista” è ambientato in un povero quartiere operaio e narra la storia del giovane sbandato Saltafinestra, che nel film ha il volto e la potente fisicità di Vladimir.




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