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L’orizzonte negativo della pietà.
appunti su immagini omesse.
di Pasquale Napolitano

Si suole dire che grazie alla comunicazione multimediale, alle grandi quantità di dati di ogni genere che vengono trasmessi dai mezzi di comunicazione di massa, il concetto di opinione pubblica ne sia vigorosamente rafforzato, grazie alla traduzione di questa massa di materiali in possibilità di accesso all’informazione.
Se però si considerano invece gli assetti dei sistemi di comunicazione di massa, si paleserà come reale il paradosso espresso da Paul Virilio con il termine “Orizzonte Negativo”: la velocità con cui i materiali mediali si avvicendano, ad esempio in televisione, non si traducono, secondo lo studioso francese, in uno veicolo per apprendere di più da parte del fruitore, quanto piuttosto un modo per nascondere dietro la “picnolessia” delle immagini (termine coniato dallo stesso Virilio che vuol dire letteralmente “sempre più veloce”), le immagini troppo scomode, perché spesso troppo forti o deflagranti nella loro evidenza, nella loro chiarezza.
E’ il caso delle foto straordinarie che il Magazine “Paris Match” ha effettuato a Lampedusa nelle prime settimane di Maggio, durante la cosiddetta pratica dei “respingimenti”, da molti salutata come un sano rigurgito di cattiveria nazionale.
Basta guardare queste immagini, non passate su nessun network televisivo italiano, nemmeno quasi un mese dopo l’accaduto, queste immagini così piene di brutale fisicità e sentimento per accorgersi che la presunta manifestazione di forza è un rito tragico collettivo, in cui lo Stato, per esorcizzare spettri molto più inquietanti si accanisce contro corpi sfiniti. Un rito tragico laico di disprezzo per i miserabili, fatto appunto di guanti di lattice e di uniformi, in cui l’unica forma di corporeità messa in campo è quella della vittima, del più debole. Gli unici organismi vivi, perché in divenire, il loro corpo come la risulta del tempo, delle mutazioni linguistiche e sociali. Un corpo globale come documento del nostro tempo. Si tratta del corpo che cerca uno spazio, un corpo attaccato, bersagliato, interrogato su genere, numero e caso. Un corpo, dunque, che nell’ineluttabile condizione della nemesi storica, attacca la normalità. Un corpo critico, che non è un mero dato biologico, fisiologico, ma che vuole autodeterminarsi in un contesto etico, estetico, ed identitario. Dunque il corpo che vuole scegliere di comunicare, che si rifiuta di esserci passivamente: da un lato i corpi tozzi, grassi e forti della Legge, e dall'altro i corpi umiliati dei disperati. E nella loro sofferenza c'è un surplus che non si esprime necessariamente nella magrezza e nelle cicatrici e negli stenti, perché quei corpi avviliti sono ben più vigorosi. Sembrano addirittura più sani, certamente sono gli unici vivi.
Elisa Guzzo Vaccarino, critica e storica della danza, afferma che nessun corpo è un corpo naturale, perché inequivocabilmente è manipolato in qualche modo dalla cultura in cui è intercalato; si pensi appunto ai tatuaggi, alle scarificazioni, ai piercing, nel caso delle foto in questione, all’essere trascinati a terra nudi, ai solchi delle lacrime, ai segni della fame.
Guanti di lattice, che servono a non toccare l'orrore, sono come il nostro pensiero, come i nostri pensieri sterilizzati e raffreddati dalla chimica della comodità. Per non entrare in contatto con il male fisico, con la sofferenza dei corpi, è sufficiente la normale sovra-stimolazione mediatica su questioni di altra natura, è sufficiente rimettere in gioco la mediazione.
“Stiamo buttando fuori a calci in faccia dei poveretti che ci pregano in ginocchio stringendo le mani delle nostre guardie di finanza” scrive Francesco Merlo su “la Repubblica”, è l’orizzonte negativo di un paese talmente incattivito da non aver paura della sofferenza e della disperazione, a patto che tale sofferenza e disperazione siano dei più deboli e vulnerabili.
Due considerazioni conclusive:
1. Un immagine statica, che non cedendo all’affabulazione cinetica ci inchioda alle nostre responsabilità di esseri umani, ed è perciò che è tanto pericolosa e significativa.
2. Paris Match aveva già fatto colpo poche settimane prima, sulla pietosa questione della nave di immigrati in avaria rigettata sia da Malta che per un primo tempo dall’Italia, fino a che una nave mercantile capitanata da un cittadino tedesco l’attraccasse e la conducesse in porto. Nei due giorni in cui il Ministero dell’Interno italiano tergiversava nei soccorsi, una donna incinta è morta a bordo. Paris Match ha documentato tutto questo, così come le persone quasi morte sfinite dall’assideramento che quel corpo per forza di cose vegliavano. Nessun network ha trasmesso quelle immagini. E’ possibile ritenere che se l’opinione pubblica avesse davvero avuto accesso a quelle fonti avrebbe dato meno credito alla crudele baldanza del finto rigore, per riconoscersi, almeno per una volta, un paese cattolico, solidale, con un passato, ed un presente (si pensi ai giovani ricercatori che hanno bisogno di espatriare per non vedere umiliate le loro competenze) di immigrazione. E’ possibile dunque che l’opinione pubblica avesse insomma riconosciuto in quei corpi in agonia il prossimo, e non il nemico.

http://www.denaro.it/VisArticolo.aspx?IdArt=568407&KeyW=%EF%BF%BD
